venerdì 23 giugno 2017

alcuni misteri legati a Castel del Monte


Castel del Monte è famoso per la sua forma ottagonale. Su ognuno degli otto spigoli sorge una torre costruita in pietra locale. Il castello si compone di due piani su ognuno dei quali sorgono otto stanze tutte comunicanti tra loro, tranne la prima e l'ultima. 
Il collegamento tra i due piani del castello avviene tramite tre scale a chiocciola inserite in altrettanti torri.
All'interno delle torri oltre alle scale sono presenti cisterne per la raccolta dell'acqua piovana (convogliata nelle stanze tramite un ingegnoso sistema di trasporto) e bagni dotati di latrina e lavabo primitivo.



Ma perché è chiamato il castello dei misteri?
Innanzitutto per la forma ottagonale del castello e di molte sue parti, compreso il cortile interno dove al centro vi è una vasca sempre di forma ottagonale. 
La forma geometrica dell'ottagono ha il significato di resurrezione ma anche di mediazione tra la terra ed il cielo. 



Il numero otto si ripete all'infinito all'interno ed all'esterno del castello.
Un'altro grande mistero è quello che riguarda la costruzione architettonica del castello, infatti mancano molti elementi dei castelli medioevali, come il fossato, le cantine, la cucina e la stalla.



Infine - ma sono moltissimi i misteri che potete trovare su qualsiasi sito internet dedicato al castello - molto strana è la costruzione delle scale a chiocciola che salgono verso sinistra: normalmente era il contrario per non permette all'eventuale assalitore di poter brandire la spada durante l'invasione.



Il castello fu commissionato da Federico II, ma oggi non vi sono tracce del suo passato, ma..... dopo una ricerca attenta si possono trovare 3 impronte lasciate dall'imperatore stesso che confermano il suo legame con la costruzione del castello. In una sala, quasi nascosto, è scolpito un giglio a tre foglie con stelo: questo fiore è presente nel suo scritto più famoso (ars venandi cum avibus) dove è rappresentato l'imperatore che impugna il giglio. La seconda impronta (tirata per i capelli è dire poco....) è riscontrabile nella somma tra i lati esterni del castello, otto e quelli delle torri che sono 48; la somma 56 equivale agli anni di vita dell'imperatore.....



L'ultima traccia del suo passaggio è riscontrabile nel portone d'ingresso del castello: se vi ponete di fronte ad esso ed immaginate di dividerlo con una ipotetica linea verticale, ecco che apparirà una grande F, iniziale di Federico II.
A questo punto a voi recarvi e credere a quanto riferito......

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

l'Italia alimenta la guerra e le fughe di migranti

di Gianni Lannes

C’è un rapporto investigativo ONU, di prossima pubblicazione, in cui viene attestata una triangolazione illegale di armi che coinvolge direttamente l'Italia.
Gli osservatori delle Nazioni Unite avrebbero ottenuto prove di alcune consegne di armamenti partiti dagli Emirati arabi uniti e arrivati, con navi dell'Arabia saudita, in Libia, Paese sotto embargo, per alimentare le fazioni armate locali.

A rivelare per primi il contenuto del report sono stati i giornalisti di "Middle east eye", che riferiscono di elicotteri da guerra, cacciabombardieri e blindati partiti dagli Emirati e destinati in particolare alle forze del generale Khalifa Haftar, nemico del Governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dall'Italia.

Nelle 299 pagine del dossier ONU si riferisce anche del traffico di armi leggere, di cui gli Emirati, notoriamente, sono tra i principali acquirenti dall'Italia. Il ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, tace come al solito.

La legge 185 del 1990 sia pure addomesticata in seguito dal governo Berlusconi, vieta l'esportazione di armamenti quando in contrasto con i fondamentali interessi della sicurezza del nostro Stato e della lotta contro il terrorismo, nonché quando manchino adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei materiali, prevedendo altresì l'eventuale sospensione o revoca di autorizzazioni già concesse per gravi motivi nel frattempo subentrati. Il divieto viene esteso anche nei casi di cessione all'estero delle licenze di produzione e alla delocalizzazione produttiva di materiali di armamento da parte di imprese italiane iscritte al registro nazionale delle imprese, quando non sussistano certezze sulla destinazione finale delle armi prodotte nello Stato terzo. In base al trattato sul commercio delle armi e alla "common position" dell'Unione europea sull'export di armamenti, l'Italia deve seguire una rigorosa valutazione del rischio, caso per caso, su ogni proposta di trasferimento di armamenti per determinare se esista il sostanziale rischio che le armi possano essere usate da chi le riceve per compiere o facilitare gravi violazioni delle leggi internazionali. In base a tali elementi l'Italia sarebbe tenuta a negare la licenza per l'esportazione.
Il trattato, all'articolo 6, prevede il divieto per gli Stati aderenti di autorizzare l'esportazione di armamenti, qualora si sia a conoscenza del fatto che possano essere utilizzati per commettere atti di genocidio, crimini contro l'umanità, gravi violazioni della convenzione di Ginevra del 1949, attacchi diretti a obiettivi o a soggetti civili o altri crimini di guerra.

L'Italia esporta armi soprattutto verso gli Emirati arabi uniti, tanto da risultare nel 2016, per volume, il terzo fornitore di quello stato dittatoriale. Il settore delle esportazioni di armi in Italia è dominato per la maggior parte da aziende controllate in varia misura dal gruppo Leonardo, ex Finmeccanica, di cui il Governo è azionista. Negli anni sono stati trasferiti agli Emirati arabi uniti ingenti quantitativi di armamenti: navi, elicotteri, missili, cannoni e soprattutto armi leggere..

Nel 2003 il governo italiano ha sottoscritto con gli Emirati arabi uniti un accordo di cooperazione militare. L'esportazione di armi dall'Italia verso gli Emirati arabi uniti è da considerarsi conforme alla politica estera e di difesa dell'Italia e non in contrasto con i fondamentali interessi della sicurezza del nostro Stato e della lotta 
contro il terrorismo, come prevede la legge numero 185 del 1990?

fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

domenica 18 giugno 2017

tra draghi e santi ad Orta San Giulio


La bellezza di Orta san Giulio la cogli in ogni vicolo, in ogni angolo del borgo, nell'apparente calma di una calda sera d'autunno quando i turisti hanno smesso di inseguire flebili linee di luce: a quell'ora torni in possesso della storia di piazza Motta e dei suoi caffè, del broletto o palazzo della comunità, e dell'Isola di San Giulio che scorgi in lontananza, nitida malgrado le foschie autunnali.


Appena girato lo sguardo dagli stemmi posti sulla facciata del Broletto, dove si rinviene la scritta hortus conclusus cioè giardino chiuso da cui deriva il nome Orta, ti appare la strada della Motta che si conclude con la maestosa Chiesa di Santa Maria Assunta.
L'unico lato della piazza non chiuso da edifici e palazzi storici è quello che permette la vista dell'Isola di San Giulio dominata dall'enorme mole del Seminario oggi adibito a convento per le suore di clausura.



Non dimentichiamoci del Sacro Monte di Orta eletto patrimonio mondiale dall'Unesco.
Riporto le motivazioni per le quali è stato eletto nella lista dell'Unesco:
"Questo complesso, il solo dedicato a San Francesco di Assisi, fu costruito in 3 fasi. La prima, che ebbe inizio nel 1590 per volere della comunità locale e che continuo fin al 1630: essa è contraddistinta, come stile, dal manierismo. Nella seconda fase, che durò sino alla fine del XVII° secolo lo stile predominante è il barocco, stile che si sviluppo poi durante il terzo periodo sino alla fine del XVIII° secolo, in forme più libere con altre influenze. Il complesso consiste in 21 cappelle, l'antico ospizio di San Francesco, una porta monumentale ed una fontana. Questo sacro monte è l'unico a non aver subito cambiamenti nel suo assetto topologico dopo il XVI° secolo."




Molti si chiederanno chi fosse San Giulio: 
Giulio di Orta (Isola di Egina – Isola di San Giulio, 390) è stato un religioso greco, promotore del Cristianesimo nella zona intorno al lago d'Orta e nell'alto Novarese. Di origine greca, si trasferì in Italia con il fratello Giuliano, stabilendosi nel novarese ove si dedicò all'evangelizzazione dei pagani ed alla costruzione di chiese.


Alla fine del IV secolo i due fratelli Giulio e Giuliano, originari dell'isola di Egina arrivano sulle rive del Cusio e si dedicano, con il beneplacito dell'imperatore Teodosio I all'abbattimento dei luoghi di culto pagani e alla costruzione di chiese. La leggenda devozionale vuole che Giulio abbia lasciato al fratello il compito di edificare a Gozzano la novantanovesima chiesa, cercando da solo il luogo dove sarebbe sorta la centesima. Individuata nella piccola isola il luogo adatto, ma non trovando nessuno disposto a traghettarlo, Giulio avrebbe steso il suo mantello sulle acque navigando su di esso. Sull'isola Giulio sconfisse i draghi e i serpenti che popolavano quel luogo, simbolo  della superstizione pagana, confinandoli sul Monte Camosino, e gettando le fondamenta della chiesa nello stesso punto in cui oggi si trova la basilica di San Giulio.



Abbandoniamo la vita e le, presunte, opere di Giulio per addentrarci nelle foschie.
Vi sono molti misteri e leggende legate a questo piccolo borgo piemontese placidamente adagiato sulle sponde del lago.
Cosa lega il lago di Orta con quello di Santa Croce in provincia di Belluno?
Quale è quella sottile linea che unisce le chiese presenti nelle vicinanze di questi laghi?
Cosa lega questi due laghi ad un terzo oggi scomparso?
Il lago scomparso si chiamava Gerundo ed era ubicato tra le provincie di Milano e Cremona.
Dobbiamo partire da lontano, dal momento in cui San Giulio giunse sulle sponde del lago di Orta per costruire la sua centesima chiesa. Il luogo era perfetto, meglio perfetta era quel l'unica isola presente nel lago. La leggenda narra che l'isola fosse infestata da draghi o forse serpenti giganteschi, motivo per cui nessuno voleva traghettare Giulio sull'isola. Il santo prese il proprio mantello e lo stese sulle acque del lago e camminando sopra di esso giunse in vista dei "draghi". Riusci a prevalere su di essi. A ricordo di questo evento rimane una "costola di drago" custodita all'interno della basilica di San Giulio, molte rappresentazioni pittoriche ed un drago di ferro, sempre celati all'interno della chiesa. 



Torniamo al filo sottile che unisce i laghi. Il secondo lago, il Gerundo ora scomparso, si trovava tra le città di Milano, Bergamo e Cremona. In queste zone si trovano diverse chiese al cui interno sono custodite "ossa di drago". Ulteriore ed accattivante legame con la nostra storia e quello dello stemma dei Visconti, famiglia che governò Milano per oltre due secoli tra il 1200 ed il 1400. La leggenda narra che un antico antenato della famiglia abbia lottato e sconfitto un drago. Nello stemma viene rappresentata la lotta tra l'uomo ed il drago. 



L'ultimo lago legato da una sottile linea è quello di Santa Croce nella val 
Apisina in provincia di Belluno. Il legame tra questo lago e gli altri è dovuto al simbolo della valle che lo ospita: due draghi. Una leggenda, molto suggestiva, narra che gli abitanti della valle sentissero spesso boati e fragori provenire dal lago. Questo frastuono venne accomunato al verso del drago che lento e misterioso si muoveva nelle sue placide acque........



fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

borlengo



il borlengo, burlengo o zampanella è una specie di crêpe molto sottile e croccante preparata a partire da un impasto liquido estremamente semplice (è un tipico cibo povero), a base di acqua (o latte), farina, sale e talvolta anche uova: questo impasto è detto colla. Il ripieno tradizionale, detto cunza, consiste in un battuto di lardo, aglio e rosmarino, oltre ad una spolverata di Parmigiano Reggiano. Il borlengo si serve molto caldo e ripiegato in quattro parti. Molti paesi della zona di produzione rivendicano la paternità di questo alimento, la cui origine è decisamente antica: i primi documenti certi risalgono al 1266, ma c'è chi ne situa la data di nascita addirittura nel Neolitico.

A Zocca ha sede il Museo del Borlengo, e ha sede la Compagnia della cunza, associazione per la cultura e la conservazione della tradizione del borlengo tipico.


Etimologia

L'etimologia viene fatta risalire a "burla", e a questo proposito vi sono almeno tre teorie:

Per alcuni il borlengo sarebbe il risultato di uno scherzo ad una massaia che, con acqua e farina, stava preparando il tradizionale impasto per le crescentine da cuocere nelle tigelle (piccole pietre refrattarie entro le quali venivano chiusi i dischi di pasta, poi accostati al fuoco del camino). La donna, trovandosi l'impasto allungato eccessivamente dall'acqua, non pensò di buttarlo via, ma provò a ricavarne ugualmente qualcosa di commestibile, e ci riuscì.
Altri pensano che l'alimento venisse mangiato a carnevale, quindi fosse un "cibo per burla".
Altri ancora ritengono che la burla risieda nel fatto che il borlengo è un alimento molto voluminoso, ma in realtà molto leggero perché la pasta è sottilissima.

Tradizione popolare

Come per buona parte delle ricette tradizionali, attorno al borlengo si sono sviluppati miti e tradizioni, che ne attribuiscono la paternità a questo o quel paese. È piuttosto probabile che già nel medioevo tale alimento fosse ormai diffuso nella prima collina tra Bologna e Modena, e c'è anche chi sostiene che le radici del borlengo affondino nella preistoria.

La datazione più antica risale al 1266 a Guiglia, durante l'assedio del castello di Montevallaro da parte delle truppe guelfe modenesi della famiglia degli Algani, guidate da Nisetta degli Osti, Ruffo dei Rossi, Pepetto dei Trenta e Crespan Doccia. I difensori del maniero, Ugolino da Guiglia e la famiglia dei Grasolfi, sarebbero riusciti a resistere per lungo tempo grazie a delle grandi ostie di farina ed acqua impastate, cotte ed insaporite da erbe, prima di arrendersi il 4 luglio. Con il protrarsi dell'assedio la farina scarseggiava sempre di più, e le ostie divenivano sempre più piccole e sottili, quasi trasparenti: vennero quindi "degradate" dal rango di cibo a quello di "burla", o "burlengo", da cui il termine odierno. Tale preparazione si diffuse a tutto il resto dell'appennino grazie ai pochi superstiti dell'assedio.

Scendendo lungo il Panaro, a Vignola, la leggenda vuole che tale alimento sia stato preparato in circostanze simili, ossia durante l'assedio del castello governato da Iacopino Rangoni, avvenuto nel 1386 ad opera dell'esercito del conte Giovanni da Barbiano, alleato di Isacco e Gentile Grassoni.

Un'origine più incerta invece è quella che si tramanda a Zocca, dove i borlenghi scaturirono da una frode vera e propria. Si narra infatti di un bottegaio che nei giorni di mercato vendeva pane e focacce, allungando però l'impasto con acqua a seconda del numero di avventori.

Infine a Montombraro ritorna il collegamento con la "burla": un signorotto locale, infatti, avrebbe servito tale sottile sfoglia a conoscenti ed amici, che erano stati riuniti a convivio con la promessa di un pasto abbondante. Purtroppo per lui, gli ospiti gradirono talmente quel cibo così insolito da venirne conquistati ed insistere per essere invitati a tavola numerose altre volte.

Zona di preparazione

La zona di preparazione è una ristretta fascia di Appennino emiliano, che comprende i comuni a cavallo tra la provincia di Modena (la fascia principale è quella che va da Guiglia, Marano sul Panaro, Savignano sul Panaro, Vignola e Zocca (che ospita il Museo del borlengo), fino a Castel D'Aiano e Montese, con in seconda battuta il territorio del Frignano, tra cui Pavullo nel Frignano e Sestola, dove vengono chiamati berlenghi e burlenghi, e Fanano e, la parte della provincia di Bologna più vicina a Modena (Gaggio Montano, Porretta Terme, Vergato, Savigno, Castello di Serravalle e Castel D'Aiano). A Bologna e provincia e nel comune modenese di Montese sono conosciuti con il nome di zampanelle. Nel comune modenese di Polinago i borlenghi vengono chiamati ciaci o solatelle (sono leggermente più spessi dei borlenghi classici) e si possono consumare, anche accompagnati a salumi, con le crescentine nei chioschi allestiti per la festa patronale di Ferragosto. Vengono chiamati inoltre sfuiadee o sfogliatelle a San Dalmazio, frazione del comune di Serramazzoni.

Tipologie di borlengo

Come per tutti i prodotti tipici locali, è praticamente impossibile definire una ricetta e un modo di preparazione univoco per i borlenghi. Ogni famiglia ha la propria variante peculiare che riterrà quella originale e i diversi paesi si contendono la paternità del borlengo. Inoltre è possibile fare confusione dato che un unico nome in realtà identifica diversi prodotti (ad esempio il caso eclatante delle crescentine); e anche il viceversa, cioè prodotti che hanno nomi diversi ma indicano lo stesso prodotto. Emblematica è la situazione del ciacio, che nel Frignano può indicare sia una variante del borlengo fatto con la farina di castagne e condito con la ricotta, sia il borlengo stesso. Sempre più raramente il borlengo è definito come ciacio, la variante con le castagne è più specifica e sempre più indicativa per i locali delle zone di Pavullo. È però possibile tentare una distinzione tra due tipologie di borlengo in base al tipo di padella in cui vengono cotti, corrispondenti a distinte zone geografiche.

Borlengo nelle cotte

Questo tipo di borlengo (chiamato anche ciacio oppure ciaccio) viene cucinato nel Frignano, nelle valli del Dolo, del Dragone e del Panaro nel versante occidentale. Le padelle usate per cuocere il borlengo sono chiamate "cotte" o "cottole": due piastre in ferro di circa 28–30 cm senza bordo e con un lungo manico. Le cotte sono scaldate su un normale fornello e sono unte tradizionalmente con cotenna di prosciutto o con mezza patata unta con olio di semi. Raggiunta la temperatura, l'impasto (la "colla") viene versata su una delle due cotte che vengono poi sistemate una sopra l'altra. Il borlengo resta schiacciato nel mezzo per il tempo della cottura e le cotte vengono capovolte più volte per ottenere una cottura uniforme. La scuola di Pavullo e specialmente quella di Miceno utilizza una metodica particolare, rigirando il borlengo stesso al posto delle cottole e invertendole ad ogni cottura, in modo tale che la colla venga caricata sempre sulla cottola più fredda che andrà poi a posarsi direttamente sul fornello, in questo modo la cottura risulta più rapida ed uniforme. La consistenza e lo spessore di questo tipo di borlengo dipende dalla quantità di acqua contenuta nella colla, e dalla mano del borlengaio che può utilizzare una colla più o meno liquida per ottenere lo stesso effetto. Il condimento tradizionale è un pesto di aglio, rosmarino e lardo (noto come cunza di Modena, lo stesso usato per le crescenti) a cui viene aggiunto Parmigiano Reggiano grattugiato. Il condimento viene aggiunto sul borlengo una volta che questo è cotto e al di fuori delle cotte. Esistono altresì condimenti alternativi con formaggio (aggiunto a fine cottura e poi reinserendo il borlengo nelle cotte per qualche secondo.) o crema gianduia. Si è diffusa anche l'abitudine di utilizzare come farcitura marmellate e creme di cioccolato, con aggiunta di liquore all'anice(sambuca) oppure con zucchero e limone, cosa però vista malvolentieri dai cultori della tradizione dell'Appennino. La colla è un impasto liquido di farina, acqua e sale, ma anche per questo esistono varianti che contengono farina integrale, latte, vino bianco o uova.

Zampanelle nelle ruole

Questo tipo di borlengo viene cucinato nella valle del Panaro nel versante montuoso e orientale, in specie nel comune di Montese. Il borlengo cucinato nelle zone di Guiglia, Marano sul Panaro, Vignola, Modena e Zocca è praticamente identico alla zampanella e varia solamente per quello che riguarda alcuni ingredienti della "colla". La padella usata in questo caso si chiama ruola o sole: una padella di rame stagnato di circa 40–45 cm di diametro con un lungo manico. Queste ruole devono essere "preparate" per poter essere utilizzate, secondo una procedura che ogni cuoco difende accuratamente. La cottura è effettuata su fornelli speciali (detti fuochi o foconi) che poggiano su un treppiede e che scaldano uniformemente la padella. La cottura avviene in quattro minuti per parte e quando la zampanella è pronta viene capovolta e condita direttamente nella padella con il pesto di pancetta, aglio (se piace) e rosmarino poi arricchito con Parmigiano Reggiano grattugiato. L'abilità del cuoco consiste nel ruotare la padella in modo da ottenere una zampanella distribuita uniformemente, molto sottile (quasi trasparente), croccante (non collosa né elastica). Va mangiata calda e appena fatta altrimenti perde la croccantezza e diventa collosa. L'impasto liquido rispetta la ricetta tradizionale di farina, acqua e sale, ma anche per questo esistono varianti contenenti uova. La differenza fra zampanelle e borlenghi del Frignano sta nelle dimensioni, nell'impasto e nel condimento. Le dimensioni della zampanella sono molto superiori a quelle del borlengo del Frignano e lo spessore risulta molto inferiore. Per questo l'abilità del cuoco è determinante in quanto deve essere capace di spargere velocemente il liquido dell'impasto in modo da renderlo sottilissimo e quasi trasparente. Il condimento poi è molto diverso in quanto viene usata la pancetta fresca e la salsiccia al posto del lardo. Un tempo le zampanelle erano mangiate solo in inverno, proprio a ragione del fatto che quando cotte grondavano del grasso del lardo. Attualmente si sostituisce abitualmente il lardo con pancetta fresca, a volte miscelata con la salsiccia, e si possono usano mangiare tutto l'anno. Una delle differenze fra zampanelle e borlenghi del Frignano sta quindi anche nel modo di condirle. I borlenghi del Frignano assomigliano invece più ai ciaci di farina di grano che vengono fatti nella zona di Montese: più spessi e più piccoli di diametro. In alcuni ristoranti della zona si possono assaggiare zampanelle con varianti al condimento, vegetariane con pesto di asparagi e ricotta, olio di oliva aromatizzato all'aglio e rosmarino con grana grattugiato, caciotta filante, pesto ai quattro formaggi, e anche salumi e formaggi a fette, non mancano varianti dolci alla marmellata, al mascarpone con frutti di bosco e con la famosa crema alle nocciole.

fonte: Wikipedia

mercoledì 14 giugno 2017

militari italiani falcidiati dai vaccini





di Gianni Lannes

I vaccini annientano non solo i bambini ma anche i soldati italiani, già martoriati dall'uranio sporco nei teatri di bellici di Somalia, Afghanistan, Irak e Jugoslavia. Il ministro della guerra Roberta Pinotti, in risposta all'interrogazione 4/02741 del 30 settembre 2014 ha tra l'alto dichiarato:

"Naturalmente, come per ogni farmaco e ogni sostanza biologicamente attiva estranea introdotta nell'organismo, anche per i vaccini non esiste la garanzia assoluta e inequivoca che siano innocui, né esistono modalità tecniche d'indagine preliminare in grado di assicurare tale postulata innocuità".

Comunque, alcune sentenze giudiziarie condannano il ministero della difesa e quello della cosiddetta salute. Bel gennaio dell’anno 2014 è agiunta la prima condanna: una sentenza italiana riconosce per la prima volta il nesso di causalità tra il cancro e le vaccinazioni fatte con tempi, modalità e controlli sbagliati. Il Tribunale di Ferrara ha infatti deciso che deve essere indennizzata la famiglia di Francesco Finessi, militare deceduto a 22 anni, nel 2002, per un linfoma non Hodgkin. Una serie di vaccini somministrati con tempi e modalità sbagliate ha infatti portato al collasso il sistema immunitario del giovane alpino, al punto da provocargli il cancro che lo ha ucciso. Si tratta di una sentenza che crea un precedente atteso da molti: migliaia, secondo le associazioni di familiari.

riferimenti:












fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

vaccini e medici: la dittatura è al lavoro


Marcello Pamio – 20 luglio 2016

L’attuale Sistema sta finalmente gettando la maschera, mostrando la propria faccia, la sua vera natura.
La dittatura sinarchica continua a fare passi da gigante verso la fine di ogni libertà.
“La libertà è partecipazione” cantava al mondo il grande Giorgio (Gaberscik) Gaber.
Oggi dal cantautore toscano siamo passati ad un altro Giorgio, il romanziere-futurologo George Orwell, il quale nel suo fantaromanzo “1984” descrive magistralmente quello che sarebbe accaduto al mondo in un lontano futuro, cioè l’attuale presente.
Nel suo libro infatti uno dei mantra più utilizzati dal Governo dittatoriale era “La libertà è schiavitù”!
Guai ad essere individui liberi, troppo pericoloso, perché la libertà fa malissimo ed è schiavitù.

Oggi è esattamente così: per il Sistema la libertà degli individui è peggio di un cancro da estirpare con ogni mezzo.
Miliardi di persone che rappresentano la struttura portante della società, la base della piramide del potere, non sono viste dal vertice come esseri umani aventi diritti, ma piuttosto come semplici automi privi di anima, da usare per far andare avanti la struttura societaria, per mantenere quindi viva l’illusione ottica nella quale ci hanno fatto nascere e crescere.
Macchine ovviamente senza alcun diritto e senza alcun valore.

L’ultimo esempio, in questo caso da parte della dittatura medica, arriva con il documento della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo) sulle vaccinazioni pediatriche.
Come mai si è scomodata addirittura la Casta delle Caste?
Forse perché sta dilagando qualcosa di molto rischioso e assai contagioso e non mi riferisco al virus del morbillo o al batterio alla pertosse ma alla LIBERTA’.
Sempre più genitori consapevoli infatti si stanno destando dal letargo e decidono di prendersi LORO la responsabilità della salute del PROPRIO figlio e non il medico vaccinatore delle ASL (che in caso di danni non risponde di nulla).

Ecco qual è il vero problema: dalle ultime rivelazioni disponibili del 2014 in Italia i bambini vaccinati calano al ritmo di 5-10 mila ogni anno.
Calano i malati, calano le vendite dei farmaci, calano gli affari.
Questo è un meccanismo pericolosissimo per le lobbies del farmaco!
Genitori che non delegano la salute del proprio figlio ad un medico che non hanno mai visto e che non conosce nulla della storia del loro bambino; non delegano il benessere del loro figlio ad un politico della Casta che ha votato una legge (voluta e imposta dai Poteri Forti) che obbliga la vaccinazione e infine non delegano la salute alle case farmaceutiche che vogliono le persone sempre più malate.

Questi genitori incoscienti non sono bravi sudditi per cui vanno fermati. Ma come?
Minacciare i genitori di ripercussioni? Questa opzione è stata passata al vaglio ma al momento (non è detto che un domani non venga messa in pratica) non è realizzabile.
Impedire ai bambini non vaccinati di andare a scuola? Difficile perché si parla di scuola dell’obbligo, quindi diventa un po’ troppo complesso, anche se qualche povero in spirito in Emilia ha preso posizione vietando l’ingresso al nido per i non vaccinati (cosa questa vergognosamente illegittima e assolutamente illegale).
Alla fine hanno scelto il male minore, bloccare e legare le mani dei loro associati: i medici!
Così dice il segretario Luigi Conte: “sono già in corso e sono stati fatti procedimenti disciplinari per i medici che sconsigliano i vaccini.
Si può arrivare anche alla radiazione“.
L’inquisizione moderna in camice bianco avverte quindi platealmente e mediaticamente i propri soci: state molto attenti perché rischiate la radiazione! Parola dell’Ordine. Amen.

Chiamarla strategia della tensione e del terrore è un semplice eufemismo…
Sconsigliare la vaccinazione ai propri pazienti va oltre la violazione del codice deontologico e quindi si rischia la professione.
Così minacciano a parole. Sarebbe bello vedere cosa farebbe il Sindacato se migliaia di medici obiettori sconsigliassero le vaccinazioni!
La confusione sulla questione dei vaccini obbligatori in Italia sarebbe dovuta anche alla riforma del titolo V della Costituzione del 2001, che ha dato alle Regioni poteri sulle questioni della salute.
Nel corso degli ultimi 15 anni alcune Regioni hanno attenuato (in Veneto sospeso) l’obbligatorietà di quattro vaccini in vigore a livello nazionale.

I medici - si legge nel documento riportato dai media mainstream - ricordano che secondo la Costituzione della Repubblica la tutela della salute dell’individuo rappresenta un interesse della collettività”.
Sono bravissimi i medici della Casta a ricordarsi, quando serve (loro), della Costituzione (senza però citare un solo articolo), ma stranamente si sono dimenticati l’articolo 32 della Costituzione della Repubblica italiana (quella che l’attuale governo golpista vorrebbe ulteriormente ritoccare): “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario”.
Ricordiamo a questi eredi di Ippocrate (il quale si è consumato a forza di girarsi e rigirarsi nella tomba) che nessuno ha mai scelto e votato, ma che si arrogano il diritto di decidere per 60 milioni di persone, ciò che sancisce la Costituzione: NESSUNO PUO’ ESSERE OBBLIGATO A UN TRATTAMENTO SANITARIO.
I vaccini sono o non sono un trattamento sanitario obbligatorio? Certo che sì e uno anche tra i più rischiosi, visto che viene fatto a esseri viventi piccoli e indifesi!

Inoltre visto l’articolo 1 del Codice di Norimberga (1946): ”Il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente essenziale (…) e prima di accettare una decisione affermativa da parte del soggetto dell’esperimento lo si debba portare a conoscenza della natura, durata, e di tutte le complicazioni e rischi che si possono aspettare e degli effetti sulla salute o la persona che gli possono derivare dal sottoporsi dell’esperimento”.
Quale consenso informato viene fornito dai medici ai genitori prima di inoculare sostanze chimiche, virus attenuati, nanoparticelle, adiuvanti e conservanti vari (idrossido di alluminio, formaldeide ecc.) dichiaratamente tossici, nel corpicino del loro figlio di pochi giorni?
Quali informazioni serie vengono fornite dal medico vaccinatore o dalle ASL ai genitori che volessero saperne di più?
Vengono spiegati dettagliatamente gli eventuali rischi?
Niente di tutto questo, perché l’Ordine dei medici afferma che i vaccini NON hanno NESSUN rischio per la salute dei neonati! NON ESISTE UN SOLO FARMACO PRIVO DI EFFETTI COLLATERALI.
Nemmeno uno e questo nessun medico al mondo può negarlo!
Quindi perché i vaccini non dovrebbero comportare dei rischi? Sono o non sono farmaci?
Viene spiegato perfettamente dall’articolo 7 lettera A della Dichiarazione di Helsinki, firmata dall’Associazione Mondiale dei Medici: “nella pratica medica corrente e nella ricerca medica, la maggior parte delle procedure preventive, diagnostiche e terapeutiche implicano rischi e aggravi”.
La maggior parte delle procedure terapeutiche comporta rischi e aggravi” ha dichiarato l’Associazione Mondiale dei Medici. Rischi che in questo caso riguardano neonati di pochissime settimane…

Infine, la cosa più inquietante del documento del Fnomceo è che i medici si rivolgono perentoriamente anche alla magistratura chiedendo di “favorire il superamento dell’evidente disallineamento tra scienza e diritto“.
I medici dall’alto del loro scranno bacchettano tutti quei magistrati che si sono messi di traverso con le loro scomode sentenze.
In pratica il diritto si è disallineato con la (loro) scienza e va riportato quanto prima dentro il (loro) recinto.
Questi incoscienti di giudici devono recepire “nelle loro sentenze la metodologia dell’evidenza scientifica”.
Come al solito si usa l“evidenza scientifica” o “evidence based”, per tappare la bocca a tutti.
Cosa significa evidenza scientifica e quanto questa dipende dal paradigma e dai soldi investiti? Un esempio per tutti lo chiarirà: l’AMA, l’Associazione dei Medici Americani (il sindacato potente statunitense) ha negato per decine di anni il collegamento tra fumo e salute (cosa risaputa oggi anche dai bambini) e questo soltanto perché riceveva decine di milioni di dollari dalle lobbies del tabacco!
Ecco cos’è l’evidenza scientifica! E’ il paradigma vigente che viene deciso dal più forte e influente: l’Industria del farmaco in questo caso.
La storia viene scritta dai vincitori e i paradigmi scientifici dall’establishment.
Il passato insegna però che anche i paradigmi crollano e quello che prima si riteneva “evidence based” oggi è finito nel cesso…

Secondo il Fnmceo, i giudici non dovrebbero avere atteggiamenti tesi a “fomentare comportamenti scorretti e non compatibili con il vivere sociale”.
Qui la denuncia è gravissima.
Forse i medici della Casta dimenticano che le sentenze dei giudici si basano su complesse perizie mediche eseguite da loro colleghi specializzati in medicina legale!
Da qui la minaccia di sollecitare il ministero e le autorità competenti a presentarsi in giudizio quando ci sono decisioni del giudice che mettono in relazione la vaccinazione con malattie come l'autismo.
Avanti con le minacce.
Vietatissimo parlare di collegamento tra vaccini e autismo.
Quindi se anche esistono perizie fatte da medici legali che attestano senza ombra di dubbio il nesso causale tra inoculo vaccinale e autismo (o un altro danno grave), questo non si può e non si deve dire, per cui bisogna impedire alla magistratura di farlo. Punto e accapo.
L’establishment non vuole sentir parlare di connessione tra autismo e vaccini, troppo rischioso per tutti, anche perché i vaccini sono obbligatori…
Se per caso venisse fuori che tutti i bambini autistici (1 bambino ogni 60 nati negli States soffrirebbe di una sindrome autistica) sono stati danneggiati dallo Stato… Dio ce ne scampi e liberi.
Meglio spostare l’attenzione altrove e dare la colpa a qualcun altro: alla genetica, al virus di turno, alla sfortuna o perché no anche al Padreterno nei Cieli. A tutti ma non toccate i vaccini!
Poco importa se non si trova un solo bambino autistico che non sia stato vaccinato, oppure detto in altri termini tra i bambini non vaccinati è difficile trovare un bambino autistico.

Quindi siamo arrivati al punto che la Casta dei camici bianchi impone alla Casta delle tuniche nere il silenzio stampa in tema di salute!
I processi futuri chi li farà, l’imparziale e oggettivo sindacato Fnmceo?
Se questa non è una dittatura mascherata da democrazia rappresentativa, quanto manca?


fonte: https://www.disinformazione.it/

e Gentiloni in silenzio vara il Ceta, cavallo di Troia del Ttip

Vi accapigliate sul decreto-mostro della Lorenzin sui 12 vaccini? E intanto Gentiloni, in silenzio, fa approvare il Ceta, cioè il Ttip che rientra dalla finestra, senza nemmeno una conferenza stampa. Il governo ha infatti approvato il disegno di legge per la ratifica l’attuazione dell’accordo commerciale Ue-Canada. Il Ttip includeva anche gli Usa, ma si teme che il Ceta euro-canadese ne sia il semplice battistrada. Il cardine è lo stesso: gli Stati non potranno più opporsi al business con iniziative di tutela della salute e del lavoro, sotto pena di sanzioni comminate da un potente tribunale internazionale, privato, al servizio delle multinazionali. Il Ceta è stato firmato lo scorso 30 ottobre a Bruxelles e ratificato dal Parlamento Europeo a febbraio, ora toccherà al Parlamento italiano. Lo ha stabilito il Consiglio dei ministri, riunitosi il 24 maggio «in fretta e furia e senza neanche un minuto di preavviso», scrive Guido Rossi su “L’Intellettuale Dissidente”. «Non è stata convocata neanche l’ombra di una conferenza stampa». Strano, no? «Neanche il più ridicolo e scarso dei media (provare per credere? Fatevi un giro su Google) ha dato questa notizia di epocale importanza». Perché dunque è meglio «farlo passare in sordina», questo accordo potenzialmente epocale voluto dai poteri forti del pianeta?
Sulla carta, il trattato promette ovviamente grandi sviluppi del trading euro-canadese, con agevolazioni sul libero scambio delle merci tra le due sponde dell’Atlantico. Ma, gratta gratta, si legge che l’Italia potrebbe beneficiarne in termini di maggiori Gentiloniesportazioni verso il Canada «per circa 7,3 miliardi di dollari canadesi». Appena sette miliardi? «Per avere un’idea – scrive Rossi – l’Imu che noi italiani abbiamo pagato sui nostri immobili, nel solo 2016, è costata 10 miliardi di euro; circa la stessa cifra è stata spesa dal governo Renzi per pagare i famigerati “80 euro”. Il governo Gentiloni ha recentemente “salvato” il sistema bancario creando con estrema facilità un fondo da 20 miliardi di euro». Sicché, «questo accordo, economicamente, non vale la carta su cui è stampato». Ma il punto è un altro, purtroppo: «A fronte di un così ridicolo guadagno – nemmeno sicuro, considerato che si tratta di stime – stiamo per svendere completamente la nostra nazione». Non è un’esagerazione, spiega Rossi: i nostri governanti lasciano capire che il Ceta aprirebbe le porte alla cessione graduale in mani private dei principali servizi strategici, oggi pubblici.
E’ vero, Gentiloni e soci – a parole – assicurano che manterremo comunque «il diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche, salvaguardando i servizi pubblici (approvvigionamento idrico, sanità, servizi sociali, istruzione) e dando la facoltà agli Stati membri di decidere quali servizi desiderano mantenere universali e pubblici e se sovvenzionarli o privatizzarli in futuro». Peccato – obietta Rossi – che la cosa, «oltre a suonare palesemente come una “escusatio non petita”, è oltremodo falsa». E’ vero che il testo del Ceta “riconosce” agli Stati membri il diritto di prendere autonome decisioni su materie come la sanità, «ma in maniera altrettanto precisa descrive il funzionamento del “dispute settlement”, ossia di un arbitrato internazionale cui una “parte” (che può essere uno Stato ma anche un’azienda che opera sul suo territorio) può fare ricorso in caso sia in disaccordo con decisioni prese da altre parti». Tradotto: un’altra nazione – o peggio, una semplice società, spesso La firma europea per il Cetamultinazionale – può impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, qualora questa vada a “discriminare” il business dell’azienda.
Il funzionamento di questo “tribunale privato” fa diretto richiamo al Dss, identico strumento previsto dall’Organizzazione Mondiale del commercio, il Wto. Quest’ultimo, continua Rossi, prevede la selezione di un “panel” di giudici, composto da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata (quello delle multinazionali) o da atenei altrettanto privati. Il “panel” redige un rapporto contenente la propria opinione circa l’esistenza o meno di un’infrazione alle regole del Wto. Non ha la forza legale di una vera e propria sentenza, eppure la procedura di appello ha una durata massima prevista in 90 giorni, e dopo l’approvazione è definitiva. Sintetizzando: il Wto (cui l’Europa e l’Italia hanno aderito da più di vent’anni, nel 1995) ha fini prettamente economici e finanziari; gli Stati, si dice, sono ancora sovrani, eppure i principi che regolano gli scambi internazionali sono al di sopra delle leggi, nazionali e internazionali. E in caso di controversie, le parti (non gli Stati in realtà, quanto le società multinazionali “discriminate”) possono rivolgersi al Wto e chiedere se sia giusto o meno non applicare il suo regolamento. «Il Proteste contro Ttip e CetaWto, privato e – sicuramente – imparzialissimo, emette la sentenza, che, per carità, non ha forza legale vera e propria (non essendo un vero tribunale), però è ad ogni modo inappellabile e definitiva. Democraticamente. E quel che è previsto per il Wto vale per il Ceta».
Solo gli Stati Uniti, precisa ancora Rossi, sono stati coinvolti dal tribunale del Wto in più di 95 casi contro società private: e di questi processi gli Usa, in qualità di nazione, ne hanno persi 38 e vinti appena 9. Gli altri o sono stati risolti tramite negoziazioni preliminari oppure sono ancora in dibattimento. In circa 20 casi il “panel” non è mai stato nemmeno formato, e la maggior parte dei processi persi riguardava livelli di standard ambientale, misure di sicurezza, tasse e agricoltura. «Lo Stato italiano, al contrario di quanto dice il governo Gentiloni – scrive Rossi – non può decidere autonomamente alcunché, prima di tutto perché fa parte dell’Unione Europea e ha siglato accordi comunitari come il Patto di Stabilità e il Fiscal Compact, oltre a far parte di un’unione monetaria, quindi di partenza non ha alcun potere decisionale in Montitermini di politiche monetarie, fiscali, economiche e sociali». E inoltre, anche se godesse di una simile sovranità, «comunque rischierebbe di trovarsi contro cause miliardarie – private – e di perderle, con tanti saluti al “potere politico”. Ed ecco che la nostra Carta costituzionale si trasforma in carta igienica».
Quanto alle “potenzialità” di esportazione, secondo Rossi il relativo successo del nuovo “made in Italy” all’estero dipende solo dalla crisi: si punta all’export «semplicemente perché gli italiani non hanno più una lira: i consumi domestici sono drasticamente calati, grazie a politiche iniziate da Mario Monti che in una celebre intervista ammise di “distruggere la domanda interna”». Così, le imprese (quelle che ancora non hanno chiuso) si sono “arrangiante” puntando ancor più sui mercati forestieri. «Solo pochi giorni fa l’Istat ha registrato nei suoi dati la “morte” della classe media italiana». Nel frattempo, «visto che le merci di qualità come quelle nostrane non ce le possiamo permettere», nei nostri negozi «arrivano tonnellate di merci a basso costo ma di pessima qualità», con controlli «scarsi o addirittura nulli, poiché già siamo in un’unione di libero scambio, l’Unione Europea, che stiamo per estendere al Canada». Inutile sottolineare che simili politiche «danneggiano direttamente le nostre imprese, dunque il lavoro e in generale il benessere del nostro popolo», conclude Rossi. «Tutto questo per – forse – sette miseri miliardi. Neanche i 30 denari di Giuda».

fonte: http://www.libreidee.org/